Correggendo le bozze di «Kurgan. Le origini della cultura europea» di Marija Gimbutas
Lunedì, Agosto 23rd, 2010
Molte cose da appuntare per i non specialisti in questo libro. Ne noto almeno una. Credo importante.
Come ne esce il «nomadismo». Male, molto male. Nella nostra attualità post-moderna essere nomadi equivale ad apertura mentale, erranza positiva, rifiuto del ritorno ad Itaca, avventura, intelligenza a profusione, mobilità. Tutto contro lo stanziale che è in noi; il riposo agricolo della terra. Ebbene, nel libro della famosa archeologa, sostenitrice delle dee madri e della cultura femminile, tra poco in libreria per i tipi di Medusa, la cultura Kurgan che invade dalle steppe centro-asiatiche le culture agricole centro-europee, cultura nomade e pastorale è descritta dai materiali archeologici come violenta e distruttrice; cultura di rapina e saccheggio, fortemente gerarchica, basata sul vantaggio ottenuto dall’uso del cavallo e della velocità degli spostamenti.
Come la mettiamo con gli attuali sostenitori del nomadismo culturale e della sua superiorità antropologica? La cura umana del prossimo è garantita meglio dalla vicinanza, mentre l’approssimarsi dell’altro, a sua volta sradicato, non equivale a una contaminazione valorizzatrice, bensì al suo contrario, al senso di una rivalsa e di una conquista insieme, che distruggono e azzerano i guadagni ottenuti.
La tesi della Gimbutas, per la verità spesso ridotta a semplice femminismo antropologico, urta contro l’utilizzo che del nomadismo, in senso metaforico, benché presentato con la supponenza di ampie credenziali antropologiche, ne fa la cultura post-moderna.